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DAL SILENZIO ALL’ASCOLTO!

Ascoltare sé stessi è la medesima cosa che ascoltare Dio, contemplarne il silenzio è il terminale dolce e riposante di un lungo cammino interiore. È relativamente facile interrompere suoni e ogni forma di chiasso esterno e affermare di aver così raggiunto il silenzio.

Il silenzio non è solo assenza di suoni esterni. Molto più difficile è raggiungere il silenzio interiore. Esso consiste nel far tacere tutte quelle voci interne che non sono nostre, ma sono state introdotte durante tutta l’esperienza della vita. Da quando siamo nati non abbiamo sentito che voci: parole, raccomandazioni, divieti, rimproveri, canti e preghiere, incoraggiamenti e condanne.

Coloro che ci circondavano non aspettavano altro che anche noi iniziassimo a parlare, a pronunziare parole e frasi. Così è iniziato uno scambio di parole, un intrecciarsi di frasi, un dialogare sovrapposto; è nato il vociferare, il comunicare reciproco, lo scambio verbale sempre più frenetico, il diverbio e simili. Così, a poco a poco, non abbiamo saputo più che cosa sia il vero silenzio e il vero ascolto.

Il silenzio è, innanzitutto, l’impegno a far tacere tutto quel chiasso che, a poco a poco, si è introdotto dentro di noi e ci ha resi incapaci di ascoltare il nostro vero essere. Sono le voci dell’educazione ricevuta quando eravamo incapaci di obiettare, criticare, vagliare. Tutto ci sembrava importante perché giungeva da persone importanti e significative per noi.

Sono le voci della cultura: le idee ricevute, i giudizi e i pregiudizi introiettati, i luoghi comuni che abbiamo visitato. Sono le voci delle abitudini: gli usi di casa, i costumi della gente che ci ha avvicinato per prima, i modi di fare e di dire che abbiamo appresi e ritenuti gelosamente in noi come prezzo per poter essere accettati dalla società.

Sono le voci delle nostre personali esperienze riuscite e non riuscite: da ognuna abbiamo tratto lezioni di vita o lezioni di morte e ogni cosa abbiamo trattenuto come nostro bagaglio interiore. Sono le voci delle paure di ogni tipo e di ogni spessore. La paura paralizza, genera schemi mentali rigidi e ripetitivi, nega alla vita freschezza e originalità.

La persona paurosa non conosce le gioie della novità e della creatività. Ci sono in noi pure le voci che ci rendono ansiosi, insicuri dinanzi a una realtà che non sempre riusciamo a vedere, a gestire, ad amare. Spesso sentiamo in noi voci che ci invitano a fuggire da essa, a protenderci verso un futuro incerto, incapaci di assaporare il frutto sempre nuovo e saporito dell’oggi.

Queste voci interne, talvolta, hanno addirittura il timbro dell’angoscia. Ci sentiamo come paralizzati, frenati da una forza interiore che non controlliamo, schiacciati da un peso che frena ogni tipo di slancio, vittime di una depressione apparentemente senza motivazioni.

Quante voci ci abitano. Eppure sentiamo e sappiamo che queste stesse voci non sono nostre, non sono noi. Ma, intanto, finché sono vive e risonanti queste voci dentro di noi, finché sentiamo un frastuono estraneo e assordante, noi non possiamo sentire il nostro vero essere.

Il silenzio è la capacità di annullare o, almeno, ridurre al massimo, queste voci e mettersi nella possibilità di ascoltare il proprio essere. Il silenzio è la capacità di riportarsi a quella precisa vita personale che Dio ha disegnato per ciascuno di noi. Il silenzio è incontrare la sola Parola che Dio pronunziò quando volle che ciascuno di noi fosse, e fosse quella precisa persona.

Il silenzio autentico dà la possibilità di incontrare la parola divina che siamo noi, e quindi permettere a ciascuno di essere sé stesso, compiere cioè quel preciso progetto che il Creatore ha inscritto all’interno di ogni suo figlio e figlia. Il silenzio come ascolto di sé è pace e armonia così come pause e parole compongono una melodia. Imparare ad ascoltare sé stessi è imparare ad ascoltare e decifrare il proprio DNA inscritto nel più intimo del nostro intimo che Dio predilige come sede.

In definitiva ascoltare sé stessi è la medesima cosa che ascoltare Dio, contemplarne l’orma più vicina a noi, e toccare con mano la pace che nessuno ci può dare o togliere. Nella misura in cui riusciamo ad attuare il silenzio, noi siamo in grado di ascoltare quella precisa parola di Dio che siamo noi. Noi siamo una particolare parola di Dio. “Dio disse: «Sia la luce!» E la luce fu” (Gn 1,3)

Dio disse di ciascuno di noi: sia. E ciascuno di noi fu. Ascoltando la propria parola ci si apre all’accoglienza della Parola di Dio che è rivelata, che è donata dall’alto, che viene dallo stesso Dio da cui proviene ciascuno di noi. L’ascolto della Parola di Dio non è un udire con le orecchie, ma un’accoglienza della Parola nella propria pratica di vita. Siamo chiamati ad essere la Parola di Dio, a essere trasformati dalla Parola, a divenire la Parola, a radicarci nel Verbo, a trasfigurarci alla Persona di Gesù.

Non è sufficiente un’audizione auricolare, né il solo studio o approfondimento mentale della parola, né una conoscenza della Parola che lasci inalterata la vita. Gesù ha detto: “Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono o fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande” (Mt 7,26-27).

In un’altra occasione Gesù ha spiegato: “Quelli poi che ricevono il seme sul terreno buono, sono coloro che ascoltano la parola, l’accolgono e portano frutto nella misura chi del trenta, chi del sessanta, chi del cento per uno” (Mc 4,20).

 Dal libro// C A M M I N O D I   V I T A, P. Michele Triglione

 

 

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L’UMILTÀ…

narcisoUmile è colui che non giudica, non critica, non si vanta, non disprezza, non si esalta, non cerca la propria gloria, non si mette in vista, riconosce ed accetta i propri limiti e non vuole primeggiare né dentro di sé né fuori di sé.  È modesto, privo di superbia, non si ritiene migliore o più importante degli altri e il suo comportamento è improntato alla consapevolezza dei propri limiti e al distacco da ogni forma di orgoglio e sicurezza eccessiva. L’umiltà è ritenuta generalmente il valore positivo che corona tutte le qualità o, in altri termini, tutte le virtù sono ritenute vizi se non sono da lei coronate. Pur essendo il piedestallo su cui poggiano le altre virtù, esistono pur tuttavia diversi modi d’intenderla. Spesso assume nei recessi della psiche di molti uomini un diverso significato. Il termine umiltà si logora e sfuma in una modalità esistenziale che denota sottomissione.

Per alcuni racchiude il concetto di persona dimessa, povera di energia vitale che si umilia o è umiliato al punto che umiltà e umiliazione per costoro tendono ad andare a braccetto. Forse per questo è una virtù oggi per lo più dimenticata nella vita sociale e lavorativa, pur se, sempre e dovunque, si sottolinea con enfasi l’imperativo ad essere umili. D’altra parte il calpestarla è insito nella sua radice etimologica: “humus”, terra. Chi è umile e mite tende ad essere visto come soggetto debole e servile che “giace a terra”. Sul versante opposto, non con le parole, ma nei fatti, l’individuo orgoglioso è ritenuto un modello da cui prendere spunto per agire e muoversi nel mondo. L’orgoglio nel mostrare il proprio operato e le proprie conoscenze è ormai essenziale per affermare a sé stessi e agli altri di esistere e di essere qualcuno, dimentichi che l’orgoglio snatura il dialogo e impedisce un reale scambio con l’altro.

Vivere umilmente non è affatto una modalità di vita frequente a riscontrarsi, anche se i più tra le righe lo sostengono allorché parlano del proprio agire. L’orgoglio, che serpeggia ovunque e si respira nell’aria, avvolge la nostra psiche e fa sì che ogni nostra incapacità, emarginazione, ci deprima e sia vissuta con umiliazione, cioè sottolineandola con la componente deteriore dell’umiltà.

Si dimentica che l’umiltà, nel suo valore positivo, è la capacità di non sfuggire le avversità o difficoltà esistenziali e per questo motivo ha un preminente ruolo nel percorso di crescita psicologica. Senza di essa la psiche è indotta a negare e rimuovere proprie insufficienze o carenze ed a mentire su ciò che non apprezza di se stessa. La psiche ha una ben strutturata abilità ad attribuire le proprie incapacità ad altri o a costruirsi un mondo di orgoglio e di illusioni per mascherare a sé stessa le proprie intime difficoltà. Se latita l’umiltà, non si può, pertanto, affrontare il cammino interiore. La sua mancanza ostacola una reale conoscenza di sé stessi e genera scompensi psicologici tra cui: lo smarrimento d’identità con il conseguente impellente bisogno di false identificazioni e conseguenti maschere.

A chi inizia a conoscersi e sperimentarsi in un cammino psicologico è richiesto anzitutto di osservare con la lente dell’umiltà le proprie componenti psichiche: ciò rivelerà le qualità prevalenti, l’energia di cui si dispone e le carenze che affliggono. Solo alla luce dell’umiltà è possibile un reale esercizio di disidentificazione con osservazione impersonale dei propri aspetti fisici, emotivi, mentali.

In sua assenza latita l’adeguata realizzazione dell’esercizio basilare della Psicosintesi.

Il costante riferimento all’umiltà, come qualità da coltivare nel percorso evolutivo, non è, dunque, un semplice discorso morale. La carenza di tale virtù mantiene nell’ombra componenti psichiche immature o distorte e così il cammino di crescita si affossa. Senza l’umiltà non si va da nessuna parte nel proprio lavoro psicologico; non si fa altro che mettersi maschere da “eletti ed evoluti” con comportamenti affettati e recitati che corrispondono all’idea distorta di come dovrebbe essere una persona “realizzata”.

Se è assente o carente l’umiltà, l’orgoglio domina: “L’orgoglio è allora come un tuono lontano che fa da sfondo all’operare e al pensare. Si è troppo presenti a sé stessi, nel senso di ricerca di sé stessi, quasi si fosse il perno del mondo e dell’essere; quel tuono ora cupo, ora morbido, posa le sue taglienti ali sui pensieri e sui sentimenti e li intossica.” Solo la presenza dell’umiltà permette di conseguire la consapevolezza di ciò che si è, senza magnificare nulla di sé stessi.

D’altra parte come pensare di essere “speciali” se nel corso della vita inesorabilmente e con frequenza si è a contatto della propria fragilità, dei propri conflitti, dei propri limiti? In tale fragilità esistenziale l’umiltà dona, altresì, la virtù di soccorrere, risollevare e far intravedere che si è anche grandi per la capacità di procedere passo dopo passo nella via che conduce verso una sempre maggior evoluzione nonostante limiti, relatività e carenze.

L’uomo umile è eroico perché malgrado la sua fragilità, procede nel cammino e tenta la scalata.

Da un punto di vista psicologico l’umiltà si pone sulla sottilissima linea che separa il complesso d’inferiorità dal complesso di superiorità, il senso di nullità e insufficienza dal senso di onnipotenza, e le è permesso da questa posizione osservare gli elementi psichici che affondano e sono dominati dall’uno o dall’altro dei due opposti che separa.

Il complesso d’inferiorità e di superiorità sono entrambi usualmente presenti nell’uomo e alimentano, vivificano, le sub-personalità e i processi mentali ed emotivi.

La mancanza di umiltà favorisce nella psiche l’arrotolarsi, l’alimentarsi e l’intrecciarsi tra loro di questi due complessi. Nella persona che si pavoneggia ed esalta si può, con certezza, sospettare la presenza del sentimento d’inferiorità che fa di tutto per nascondersi. Altrettanto chi ostenta inferiorità sovente è mosso da istanze e bisogni di superiorità che tenta di gestire coprendosi il capo di cenere. Nell’individuo che soffre d’inferiorità, inoltre, sovente si producono processi psichici compensatori che trasformano il senso di inferiorità in senso di superiorità.

Costui si presenterà con fare autoritario: pensando, esprimendosi e agendo in termini perentori e d’orgoglio. Dipende dalle esperienze esistenziali e dai condizionamenti infantili se, nel tentativo di dominare i due complessi che lo imprigionano nella sua angusta catapecchia priva d’umiltà, ricorrerà alla prepotenza o al pianto; sceglierà inconsciamente dei due complessi quello che, in precedenza, si è rivelato più efficace per raggiungere i suoi scopi. 

Il complesso d’inferiorità e il narcisismo sono situazioni strettamente correlate e l’umiltà è lo spartiacque che, sovrastandoli, permette di scorgerli e analizzarli. Da qui l’insostituibile importanza dell’umiltà in psicologia.

Ma quando l’umiltà nel cammino evolutivo inizia ad illuminare la possibilità di conoscere realmente i propri aspetti psichici? Per lungo tratto del percorso interiore è assente, anche se descritta presentata o anche ostentata a sé stessi o ad altri come propria virtù operante. L’umiltà è una virtù transpersonale che solo allorché quel territorio è contattato, può emergere dall’inconscio superiore consentendo di osservare “oggettivamente” i contenuti psichici.

Quando l’umiltà è presente, si può affermare, senza ombra di dubbio, che l’individuo percepisce il Sé e da quel livello acquisisce la competenza di prendere reale consapevolezza di sé stesso e del mondo. Prima di tale livello psichico, la “sua umiltà” è solo un oscillare tra complesso di inferiorità e complesso di superiorità che si intrecciano tra loro.

Con la virtuosa energia dell’umiltà realizza sé stesso: non bada al giudizio altrui e alla sua reputazione, non ha bisogno di compiere sforzi per difenderle e può così liberare energie psichiche per i suoi progetti.

Poiché i progetti del Sé sono impersonali e indirizzati al bene comune, anche l’umiltà si situa in questa corrente. È una qualità “estranea” a ciò che viene compiuto per fini personali ed egocentrici, pur se positivi e costruttivi.

La personalità sino a quando non raggiunge il Sé non può far altro che oscillare, con alterne fortune, tra il complesso d’inferiorità e il complesso di superiorità senza acquisire la permanenza sullo spartiacque dell’umiltà. L’umiltà, quale virtù transpersonale, conferisce una sana fiducia in sé stessi, una Volontà forte e compassionevole e una consapevolezza dell’inesauribile disponibilità della propria natura. Sviluppa una matura identità né inferiore né, tanto meno, superiore a qualcosa o qualcuno. “L’umile non abbassa la testa davanti a nessuno e nello “Solo la presenza dell’umiltà permette di conseguire la consapevolezza di ciò che si è, senza magnificare nulla di sé stessi, stesso tempo non permette a nessuno di abbassare la testa davanti a lui.”

Raggiunta l’umiltà, si affronta il superamento non solo dei complessi d’inferiorità e di superiorità, ma, altresì, si testimonia con gioia la propria presenza nel mondo e si scopre il proprio valore nella specificità che lo caratterizza. Dopo aver letto queste considerazioni e definizioni è opportuno, comunque, ricordare che l’umiltà non è definibile né la si può descrivere razionalmente in un articolo in quanto, come ogni qualità del transpersonale, è solo intuibile o raffigurabile con simboli.

San Francesco e Madre Teresa, ad esempio, sono simboli su cui riflettere e meditare per realmente intuire e appropriarsi dell’energia dell’umiltà. Ogni definizione la altera. Solo chi la intuisce entrando in questi o altri suoi simboli (da ricercare i propri su cui riflettere), ne coglie profumo, colore ed energia.

Piermaria Bonacina

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22º Domingo del Tiempo Ordinario!!

Lecciones de humildad y de hospitalidad

Al entrar un sábado a comer en casa de uno de los principales fariseos, ellos le estaban acechando. Al observar cómo elegían los invitados los primeros puestos, les propuso una parábola: “Cuando seas invitado por alguien a una boda, no te coloques en el primer puesto, no sea que haya sido invitado por aquél otro más distinguido que tú y el que os invitó a ti y a él te diga: «Cede el sitio a éste», y entonces tengas que ir lleno de vergüenza a ocupar el último lugar. Al contrario, cuando seas invitado ve a sentarte en el último lugar, para que cuando venga quien te invitó, te diga: «Amigo, sube más arriba». Esto será para ti un honor ante todos los comensales, porque todo el que se exalta será humillado y el que se humilla será exaltado”. Dijo también al que le había invitado: “Cuando des una comida o una cena, no llames a tus amigos, ni a tus hermanos, ni a tus parientes, ni a los vecinos ricos, no sea que también ellos te inviten y recibas tu recompensa. Al contrario, cuando des un banquete, llama a los pobres, a los tullidos, a los cojos, a los ciegos, y serás dichoso porque ellos no pueden corresponderte. Se te recompensará en la resurrección de los justos”. Lc 14,1-7.7-14

Los-últimos-serán-los-primeros

¡Qué grandes actitudes me propones hoy, Jesús: humildad y hospitalidad! Y me lo dices de una forma natural, en una escena tuya, cuando entras a comer, cuando te espían los fariseos, cuando te vigilan, cuando te supervisan los fariseos.

Y cómo dices: “Cuando te conviden, no te sientes en el puesto principal. Tú entra siempre en el último puesto y te dirán: «Amigo, sube más arriba»”. Y la gran frase: “porque el que se enaltece será humillado y el que se humilla será enaltecido”.

Gracias, Jesús, por esta lección. Lo humano, lo natural, lo mío es buscar siempre lo mejor, el ser considerado, lo más fácil, la fama, tantas cosas… Y todo esto lleva en el fondo un germen, una actitud de orgullo, de soberbia, que dificulta todo eso; dificulta el camino profesional, dificulta el camino comunitario, todo. Cómo Tú, Jesús, insistes en esta lección: “Sé humilde”. Y ser humilde implica mucho; y ser humilde implica ceder el puesto a los demás; ser humilde significa estar abierto al otro; ser humilde significa compartir, tener misericordia; ser humilde significa no querer ser y avasallar al otro; significa no tener orgullo. ¡Cuántas veces, Jesús, me dejo llevar de mis orgullos, de mis prepotencias, que se me considere, que se me agradezca! ¡Cuántas veces entro en este camino! Pero Tú me lo dices claramente: “El que se enaltece, será humillado”, “Amigo, sube más arriba, porque te has humillado”.

Otra actitud que a mí me sobrepasa mucho, Jesús, en este encuentro contigo es la actitud de acoger al otro, de la hospitalidad. Pero qué claro lo dices en este texto: no al rico, no al bien vestido, no, sino que en mi corazón, en el banquete de mi vida entre el pobre, el lisiado, el cojo, el ciego, el que no me gusta, el que no tiene buena forma, el que decanta con mi forma de ser, el que no es como yo, el que no tiene prestigio, el que nadie se entera de él… ¡Qué cambio de vida, Jesús! Tus valores son la humildad, la acogida, la sencillez, el servicio desinteresado, la predilección por los más pobres, el vivir sin esperar nada a cambio, el estar con el corazón puesto en ti.

Jesús, yo te quiero pedir también esta gran lección… que se cumpla en mi vida. Quiero que me dé cuenta de mis orgullos, del hacerme superior a los demás; quiero que me dé cuenta de mis limitaciones. Concédeme la humildad, concédeme el don de ser capaz de bajar de mi nube, de bajar de mis orgullos, de tener los pies en el suelo y encontrar la verdad. Que sepa ser agradecida, que abra el corazón y los ojos y mi puerta para acoger a los que son desvalidos, a los que nadie les tiene importancia, a los que no tienen ni forma, ni cariz ante los demás. Que aprenda los valores de la humildad, de la sencillez, del servicio desinteresado. Y que aprenda a vivir así… Y frente al orgullo y a la soberbia, dame Señor la humildad; y frente a la selección de acoger en mi corazón, dame Señor la hospitalidad de los pobres, de los que no tienen apariencia, de los no interesados.

Tú, María, que fuiste la mujer más humilde, que no te hiciste notar, que nadie te dio importancia y que tu vida era tan sencilla y tan oscura, ayúdame a ser humilde, concédeme que aprenda esos valores que me enseña tu Hijo, enséñame a no tener más ambición que el estar en el Corazón y en el amor de tu Hijo. Ábreme los ojos, ábreme el corazón y líbrame de todos los deseos y de todos mis afanes de ser notado y de sobresalir. Madre mía de la humildad, ayúdame a ser como tú, ayúdame a tener una relación contigo desde ese corazón humilde, sencillo. Que pueda oír: “Amigo, sube más arriba”. Y que pueda oír tu explicación: “Trabájate así… Ayúdate así…”. Que pueda oír la explicación de tu Hijo: “El que se enaltece, será humillado”. ¡Qué grandes lecciones me das hoy! Las grandes lecciones de la humildad y de la hospitalidad, la no-ambición, la no-soberbia.

Enséñame esta gran lección: que sea humilde y acogedora, porque “el que se enaltece, será humillado y el que se humilla, será enaltecido”.

Gracias, Jesús, por estas dos grandes lecciones. Las acojo en mi corazón y las reflexiono contigo. Que así sea.

Francisca Sierra Gómez.

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20º Domingo del Tiempo Ordinario!

Jesús, el fuego purificador.

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“Fuego he venido a traer a la tierra, y ¿qué he de querer, sino que ya estuviera ardiendo? Con un bautismo he de ser bautizado ¡y cómo me siento urgido hasta que se realice! ¿Pensáis que he venido a traer paz a la tierra? Os digo que no, sino división, pues desde ahora se dividirán cinco en una casa: tres contra dos y dos contra tres. Se dividirá el padre contra el hijo y el hijo contra el padre; la madre contra la hija y la hija contra la madre; la suegra contra la nuera y la nuera contra la suegra”. Lc 12,49-53

Jesús, hoy quiero acoger tu gran deseo. Hoy me dices: “He venido a prender fuego en el mundo y ojalá estuviera ya ardiendo. Tengo ansias de pasar por un bautismo ¡y qué angustia hasta que se cumpla!”. ¡Qué expresiones tan fuertes, Jesús! Tienes el deseo de prender, de dar calor, de dar fuego, de dar fuerza al mundo, de darle el sentido que realmente requiere. Tienes ese deseo, Jesús, y dices: “¡Ojalá estuviera ya ardiendo!”. Pero antes dices: “Tengo que pasar por un bautismo. Tengo que pasar por la cruz, por el sufrimiento, por la muerte”. Éste es el deseo de hoy, ésa es la buena noticia que me dices en este encuentro.

Hoy, Jesús, me dices personalmente a mí en mi interior: “He venido a traerte fuego. He venido a traerte calor. He venido a traerte ilusión, que no tienes. He venido a traerte todo lo que tú deseas. He venido a darte valentía en la fe. He venido a quemar y a retirar todo lo que no está bien en tu vida. He venido a darte la buena noticia de que te quiero, de que soy tu amor, de que soy tu felicidad.

Pero ¡qué deseo, qué ansias tengo de que ese fuego prenda!”.

Acojo estas palabras en mi corazón y hoy te pido que me llenes de fuego, que arda en deseos de más amor de ti, que sea radical. Pero este fuego tiene que pasar por un bautismo, un bautismo que tiene que quitar, quemar todo lo que no está bien en mi vida; un bautismo que tiene que prender y aislar y purificar todo lo que no hago bien. ¡Ésta es la buena noticia!

¡Cuántas cosas tengo que quemar! Y muchas veces pienso, Jesús, cómo estoy en mi vida: ¿tengo fuego?, ¿tengo ilusión?, ¿tengo calor? ¿Cómo está mi corazón? Siento que necesito ponerme en tu Corazón, ponerme en el fondo de tu vida y quemarme, que me des calor, que necesito paz, que necesito alegría, que necesito fuerza, que necesito vida. Corta y quema todas estas complicaciones que tengo y dame la alegría, la ilusión y la fuerza del Evangelio de tu Reino. Sólo en ti, sólo en ti quemando todo lo que no es tuyo y llenándome del ardor de tu amor, encontraré la auténtica felicidad y el sentido de mi vida.

Acojo tu deseo, Jesús: “Fuego he venido a traerte, ¿qué haces que no ardes? ¿Qué haces? ¿Por qué te encasillas? ¿Por qué no cambias de actitud? ¿Por qué no cambias tus afanes? ¿Por qué no eres tajante? ¿Por qué no eres radical? ¿Por qué no eres enérgica en tu vida?”. ¡Jesús, dame fuego, préndeme, corta y quema todo lo que veas que no tengo! Y dame esa ilusión, dame esa alegría, dame ese aceite que da fuerza, que da alegría y que da luz a mi vida y a los demás. Entra en la raíz profunda de mi vida y lléname de amor… ¡y lléname de amor! ¡Corta y quema todo lo que no sea de tu puro amor! Que mi vida se llene de ti, que queme todo lo que distancia a tu Corazón y que me llene del ardor y el calor de tu fuego. Quiero meditar estas palabras tan fuertes: “He venido a traer fuego. He venido a traerte todo en la vida… ¿Lo acoges? Pero antes tienes que pasar por el bautismo, como Yo, antes te tienes que dejar purificar, antes te tengo que complicar la vida, para que entiendas que el amor puro se acrisola en el Corazón mío, en la misericordia, en la alegría y en el perdón. Éste es el estilo de vida que deseo para ti”, me dices, Jesús. Que yo acoja tu deseo.

Y se lo pido a tu Madre —tu Madre, que vivió este fuego, que vivió con esa pureza, con ese calor a tu lado—: ayúdame, Madre mía, a cambiar mi corazón, a meterme en ese fuego purificador del Corazón de tu Hijo y a llenarme de alegría y de amor; que yo pueda sentir esa necesidad y ese deseo. Tengo deseo de cambiar de vida, tengo deseo de quemar a los demás de tu amor y fundirme en el fuego de tu amor. Éste eres Tú, Jesús. Tú eres mi fuego purificador. Corta y quema todo lo que veas en este fuego tuyo. Y me quedo con estas palabras: “Deseo que ardas de amor”.

Jesús, me quedo en tu fuego purificador ¡Que así sea!

FRANCISCA SIERRA GÓMEZ